«Quando ci saremo denudati tutti, ci resterà solo una cosa da fare: rivestirci».

(Denis de Rougemont, 1976)

 

1968 (e dintorni): vietato vietare, Woodstock, Fanny Hill, i primi manuali di sessualità, Gola Profonda, le spiagge nudiste, i reggiseni bruciati. È la rivoluzione sessuale, baby.

2018: «Da quest’anno niente più passerelle in bikini. Miss America non sarà più eletta in base all’aspetto fisico», valuteremo la «bellezza interiore».

(parole di Gretchen Carlson, boss del board organizzativo di Miss America, a sua volta eletta reginetta nel 1989…. ovviamente per le sue doti interiori).

Nel frattempo, in quasi tutti i campus universitari americani vige ormai una ferrea disciplina sul consenso previo ad ogni tipo di rapporto fisico, sessuale ma non solo (ad esempio all’Antioch College si dibatte sul diritto di una madre di abbracciare la figlia studentessa senza il consenso di quest’ultima).

In particolare, un rapporto sessuale, per non generare problemi legali, deve essere preceduto da un consenso espresso almeno oralmente – se non scritto –, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali e fisiche – quindi senza effetti di alcool o droga–, e possibilmente in maniera entusiastica.

Ora voi immaginate le ebbre folle dionisiache della rivoluzione sessuale, eccitate dal desiderio della carne, fermarsi tutte d’un colpo, all’improvviso: ci si guarda l’un l’altro, uno chiede “posso slacciarti la camicetta, scusa?”, l’altra risponde “sì certo, te lo dico in maniera assolutamente libera, senza costrizioni né determinazioni esterne alla mia volontà”; “ok allora, un’ultima cosa: ma sei proprio entusiasta entusiasta della mia proposta?” …. “guarda, un secondo fa lo ero, ma ormai mi è passata la voglia. Ciao”.

Dalla bacheca dell’Antioch College, Ohio, USA

Fa un po’ effetto constatare che il più recente prodotto dell’emancipazionismo sessuale sia il ritorno al contratto. Eppure, la liberazione dal vincolo coniugale ha finito per produrre un nuovo patto, figlio delle due grandi ossessioni dell’uomo contemporaneo: la sicurezza e il diritto.

Dove non c’è più la morale tradizionale a tenere a freno le potenze anarchiche dell’istinto, subentra la necessità della legge. E la paradossalità di una legge che pretende di disciplinare in maniera totalmente razionale il desiderio, facendolo così estinguere. Per non parlare dell’antropologia manichea che soggiace a questi tentativi ultra-razionalistici: come fosse possibile separare nettamente l’istinto dalla ragione, il corpo dalla mente, la pulsione dalla volontà, ponendo i primi sotto il segno del male impuro, e i secondi sotto quelli del puro bene.

Se qualcuno non fosse convinto del legame che sussiste tra i due fenomeni – liberazione sessuale e consenso obbligatorio –  individuiamo un denominatore comune tra essi: l’idea che il corpo sia una proprietà privata.

Forse le femministe della sinistra progressista sessantottina non avevano riflettuto troppo a lungo sulla natura profondamente individualista e anti-collettivista dello slogan che ripetevano ovunque: “il corpo è mio e ci faccio quello che voglio”.

In questo modo hanno gettato le basi ideologiche per quella che oggi è una rivendicazione legalistica: poiché il corpo è mio, ho diritto di farci quello che voglio, e lo Stato deve garantire tale diritto individuale.

Beninteso: non stiamo affatto giustificando né stupri violenti né maschilistici sfruttamenti dei corpi femminili. Stiamo invece dicendo che il corpo, lungi dall’essere una proprietà privata, è al contrario il luogo della nostra esposizione pubblica, della nostra relazione al mondo e agli altri. E che tale relazione è sempre un rischio, un’avventura priva della sicurezza totale. Se questo vale per il corpo in generale, figurarsi per la sessualità.

Anestetizzare il sesso equivale ad anestetizzare l’essere umano.

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Damiano Bondi

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