Monologhi

Il vero “segreto” dell’Isola di Pasqua

Scritto da Damiano Bondi

Avete presente la lettura illuministica dei miti come tentativi di fornire una spiegazione per quei fenomeni naturali che non si riuscivano a spiegare altrimenti? In pratica i fenomeni naturali sarebbero risultati “misteriosi”, inspiegabili, e sarebbero stati dunque ammantati da un’aura sacrale piena di simboli, divinità, spiriti… allo scopo di dare un senso e insieme preservare un alone di mistero intorno a ciò che accadeva; infine sarebbe arrivata la Ragione Scientifica a liberarci definitivamente da questa oscurità religiosa eccetera eccetera.

Più o meno…

Bene, e se provassimo a capovolgere l’argomento? E se fosse che il “mistero” fosse una categoria sempreverde dell’umano, quasi un suo bisogno connaturato, legato all’impossibilità di dare un senso a Tutto? Se questo fosse vero, allora anche noi, oggi, nel nostro 2019 occidentale tecnologico ed emancipato, avremmo bisogno di “misteri”, e li andremmo a cercare proprio laddove ci sono fenomeni che non riusciamo ancora a spiegare… oppure che non riusciamo PIÙ a spiegare, perché abbiamo perso certe categorie culturali fondamentali. Così, ogni epoca avrebbe i propri “misteri”: fenomeni inspiegabili secondo i canoni del proprio tempo. A sostegno di questa tesi, prendiamo un famoso “mistero” odierno: le statue dell’Isola di Pasqua.

Come hanno fatto i celebri Mo’ai, antichissimi giganti di pietra con le orecchie lunghe, alti anche dieci metri, ad essere stati scolpiti, trasportati e innalzati senza l’ausilio della tecnica? Per rispondere a questo misterioso interrogativo molti tirano in ballo antiche civiltà superavanzate, o addirittura alieni, sulla scia degli scritti di von Daeniken e soci: tutte teorie rilanciate (condite da complottismi di vario tipo) da Voyager, da “Enigmi Alieni” di History Channel, e da innumerevoli siti e pseudo-documentari che spopolano in Rete.

L’Isola di Pasqua sarebbe addirittura un portale dimensionale

Ovviamente esistono anche spiegazioni scientifiche, legate agli scavi e alle ricerche recentemente effettuati da Carl Lipo, Jo Anna Van Tilburg ed altri archeologi contemporanei; ma quasi mai si trova traccia del primissimo scavo archeologico compiuto all’Isola di Pasqua. Avvenne nel 1955, sotto la direzione di uno degli ultimi grandi esploratori, effettivamente un po’ all’Indiana Jones, del nostro tempo: il norvegese Thor Heyerdahl. Questi – così per dare un esempio del personaggio – nel 1947 partì dal Perù su una zattera fatta di balsa, papiro e giunco, e dopo 101 giorni e quasi 7000km giunse in Polinesia, dimostrando la possibilità di compiere viaggi transoceanici sin dall’antichità. Ma per quel che ci riguarda, Heyerdahl risolse già Sessant’anni fa il celebre “mistero” dell’Isola di Pasqua, raccontandolo con tanto di testimonianze fotografiche in un libro, “AKU AKU”, pubblicato nel 1957 in norvegese, nel 1958 in inglese e addirittura sempre nel 1958 in italiano dalle Edizioni Martello di Milano.

Era come se quegli abitanti della luna trionfassero, nascosti nelle loro caverne, burlandosi di noi: “Indovinate come fu compiuto questo lavoro da ingegneri. Indovinate come abbiamo mosso questi colossi giù per le ripide pareti del vulcano, come li abbiamo portati sulle colline e nelle valli, là dove volevamo, sparsi per tutta l’isola!”

(T. Heyerdahl, AKU AKU, Martello, Milano 1958, p. 97)

Quando ho trovato il libro in una bancarella dell’usato di una festa paesana ho sobbalzato, e l’ho comprato subito! Tra le cose che Heyerdahl racconta della sua esperienza di sei mesi sull’isola, quelle che riguardano i Mo’ai sono strepitose. In sintesi, Heyerdahl riesce a farsi costruire una statua! Così come per la navigazione transoceanica, egli dimostra che con mezzi antichissimi era possibile fare quello che sembra inspiegabile: scolpire un Mo’ai, trasportarlo, innalzarlo. Ma andiamo per ordine. Innanzitutto, scavando nell’Isola, Heyerdahl scopre che le statue sono molto più alte della sola testa che emerge dal suolo.

I giganti non hanno solo le orecchie lunghe, ma anche le braccia, l’ombelico e spesso le mani!

Questa sua scoperta combacia con gli schizzi dei primi esploratori che scoprirono l’Isola. Non contento, Heyerdahl contatta il sindaco dell’isola, Don Pedro, che tutti riconoscono essere un discendente delle “orecchie lunghe”.

Piccola digressione: le “orecchie lunghe” erano probabilmente la stirpe più potente e ricca dell’Isola, ed è probabile che le statue siano monumenti alla loro grandezza. Certamente sono ispirate a loro, vista la lunghezza delle orecchie! Le guerre intestine di potere tra clan rivali sono anche la causa più verosimile della fine dell’età dell’oro (e delle statue) dell’Isola di Pasqua, nonché della deforestazione dell’Isola: gli abitanti dell’Isola erano così “evoluti” che non solo hanno scolpito e innalzato statue di decine di tonnellate senza la tecnica odierna, ma sono riusciti a far collassare pure un intero ecosistema senza la tecnica odierna!! Questo sotto è uno schizzo di una “orecchia ” lunga dell’Isola di Pasqua, fatto dal capitano Cook nel Settecento… ancora oggi esistono popolazioni del mondo che si fanno allungare le orecchie in modi simili.

Ma torniamo a noi: l'”orecchia lunga” don Pedro è il depositario della tecnica per scolpire le statue, che si tramanda oralmente da secoli; e Heyerdahl lo convince a fargli vedere come si scolpiva una statua. Ecco qua:

Piano piano….

In uno dei tre vulcani interni dell’Isola, con pietre acuminate e acqua per bagnare la pietra, tante persone, tanto tempo… Heyerdahl capisce che in sei mesi probabilmente avrebbe visto compiuta una sola statua, e così dopo un po’ di giorni di lavoro decide di sospendere l’esperimento, anche perché la tecnica utilizzata combaciava perfettamente con le ipotesi che aveva fatto su altri ritrovamenti di statue a diversi stadi di sviluppo. Quindi, risolto il mistero della tecnica utilizzata per scolpire.

Bene, ma come venivano trasportate queste statue, pesanti decine di tonnellate, dal vulcano fino alle rive? Gli abitanti dell’Isola dicevano a Heyerdahl che esse avevano “camminato”. Il sindaco riteneva che le statue avessero scivolato su una specie di slitta di legno trainata da corde. Anche in questo caso, don Pedro mette insieme un manipolo di uomini e riesce nell’impresa. Eppur si muove! Probabilmente qui Heyerdahl ha compiuto un errore: come è stato dimostrato da imprese successive, con meno uomini e più corde è possibile far effettivamente “camminare” la statua, facendola basculare verso la riva… in questo modo la versione mitica del gigante che cammina troverebbe fondamento. Ad ogni modo, in un modo o nell’altro, viene risolto anche il secondo mistero. Le statue possono essere trasportate!

La tecnica mostrata a Heyerdahl….
…e quella alternativa.

Piano piano…. ed eccoci alla parte forse più spettacolare della vicenda. Come hanno fatto gli antichi abitanti dell’Isola a innalzare la statua sul suo piedistallo di pietra?

– Tu, sindaco, che sei un'”orecchia lunga”, sai forse in che modo questi colossi sono stati eretti?

– Si, señor, lo so; non è una grande difficoltà.

– Non è una grande difficoltà? Ma se è uno dei misteri più oscuri dell’Isola di Pasqua?

– Io lo so. Io stesso potrei erigere uno di questi mo’ai.

AKU AKU, p. 163.

Il sindaco coinvolge altri uomini, tutti discendenti da “orecchie lunghe”, e compie l’impresa: innalza una statua. Ci vogliono dodici uomini, diciotto giorni di lavoro, grossi pali di legno, corde robuste, una tecnica tramandata tra le generazioni, e centinaia di piccole pietre. In pratica la statua viene innalzata quasi impercettibilmente ogni giorno con i pali, e piano piano vengono messe sotto delle pietre a sostenerla, finché con l’andare dei giorni le pietre formano una specie di piramide che sostiene la statua sempre più inclinata…. l’ultimo giorno, con una tecnica di tiraggio di corde, il Mo’ai va al suo posto e diventa un guardiano dell’Isola. L’inizio e la fine di questo lavoro sono celebrati da una cerimonia solenne, a testimonianza della sacralità della cosa.

Avevamo finalmente appurato che acqua e asce di pietra potevano, col tempo, scolpire i colossi dalla roccia; avevamo visto che corde e slitte di legno potevano trasportare i giganti da un luogo all’altro, purché ci fossero braccia sufficienti, e sapevamo anche in che modo venivano eretti ed innalzati sui piedistalli, secondo un determinato sistema.

[….] Oggi ci si chiede: come è stato possibile una simile impresa senza ferro, senza argani, gru o macchine di sorta? La risposta è semplice…

AKU AKU, p. 174

PIANO PIANO. Con PAZIENZA. Ecco la categoria culturale che ci manca e che ci fa invocare il “mistero”, gli alieni, i portali dimensionali: la PAZIENZA. Il tempo lungo, la dedizione a un’opera. Nella nostra società ad altissima velocità, del massimo rendimento col minimo sforzo, dell’efficienza, del tutto e subito, risulta ormai inconcepibile che tante persone impieghino le loro energie per molti giorni per uno scopo “inutile”: erigere una statua. Che però secoli dopo viene ancora visitata e ammirata come una meraviglia del mondo, una bellezza unica e affascinante.

Questo è l’insegnamento, la morale se volete, insomma il “segreto” dell’Isola di Pasqua.

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Damiano Bondi

2 commenti

  • Salve..avra’ pure ragione…ms il fatto che definisca il nostro Occidente tecnologico e emancipato…mi fa ricredere dalla sua lucidità bei analisi.
    Noi siamo scimmie…senza lealtà ..guerrafondai..affamatori di popoli..alla dipendenza dei poteri forti e degli USA…e quella blanda tecnologia raggiunta e concessa..non tutto viene lasciato emergere.. altrimenti crolla il sistema…non la dobbiamo di sicuro al nostro scarso intelletto.
    Salve
    Adele Ciauri

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