Dialoghi

Le metamorfosi del potere

Scritto da Alfonso Lanzieri

Ho posto alcune questioni su potere e politica al filosofo politico Luca Alici, professore associato presso l’Università di Perugia. Questo il nostro scambio.

Potere e Politica. Cosa intende dire Bauman quando afferma che “la sfida fondamentale del nostro secolo è rimettere insieme potere e politica”? Sbaglio se dico che questa frase sembra avere tremendamente a che fare con la crisi delle democrazie rappresentative?
Credo Bauman voglia dire, in primo luogo, che si è consumato un divorzio tra potere e politica, che viviamo una separazione oramai definitiva tra queste due dimensioni. La politica non è più luogo di esercizio responsabile del potere, per cui non decide in merito allo stare insieme delle persone. La politica subisce spesso le decisioni da parte di ambienti extra-politici, anzitutto, per esempio, i luoghi della finanza. Come prosegue poco dopo quelle parole lo stesso Bauman, il potere si è svincolato dalla politica e la politica è priva di potere. E questo ha chiaramente a che fare con il valore della rappresentanza oggi. Certo, si può affermare che negli ultimi tempi questo sia diventato un tema quasi “scontato”, detto, ridetto, ripetuto quasi ossessivamente, nonostante ciò continua a essere un aspetto riguardo al quale non sembrano all’orizzonte soluzioni particolari e innovative, come se davvero non fosse affrontato sul serio, in un modo o nell’altro. Se si riflette poi sul fatto che il potere è sempre stato l’ambito concettuale quasi “privilegiato” attraverso il quale si è entrati in ogni riflessione sulla politica, si può capire quanto decisivo sia questo nodo. In altri termini: se abbiamo sempre pensato la politica, per così dire, attraverso la categoria del “potere”, come costruire oggi un pensiero sulla politica se questa sembra, nei fatti, non essere più l’ambito legata al potere, e si riduce piuttosto alla gestione dell’ordinaria amministrazione? Ma c’è un secondo livello in cui questa espressione si può leggere, o almeno questo è il mio tentativo ermeneutico, che ci porta a riflettere sulla natura stessa del potere, con il fine di evitare di pensare questa ricucitura tra politica e potere come la rivendicazione di un potere forte.
A cosa si riferisce?
Siamo abituati a pensare all’esercizio del potere in politica come a qualcosa di essenzialmente opaco, quasi sporco , se non addirittura corrotto; comunque fisiologicamente destinato a un mero calcolo strumentale “costi-benefici”, se non addirittura dentro una dialettica di “ricatto”: «Se vuoi governare, se vuoi fare politica, devi prima o poi “sporcarti le mani”, accettare un compromesso – che è quasi sempre una riduzione dell’ideale iniziale – per ottenere almeno qualcosa di buono». Ecco il pensiero della vulgata in merito. Invitare a un recupero del legame tra potere e politica significa invece negare che il potere in politica debba essere per forza compromissione, almeno parziale, con quanto c’è di basso e meschino; vuol dire, smettere di compiere un’associazione necessaria con il classico modo di dire «è un “lavoro sporco che qualcuno deve pur fare”». Il potere, inoltre, nella comune concezione è legato all’esercizio della forza, della violenza, anche quando non è brutale. Quasi si fatica a pensare il potere senza legarne l’immagine a un esercizio di sottomissione. Ripensare il rapporto tra potere e politica significa anche rivedere la nostra cognizione di potere: esso può non essere sempre e soltanto inflizione di sofferenza ma risposta alla sofferenza. Se guardiamo all’esistenza nella sua nuda datità, ci accorgiamo che tutto il nostro poter-far-qualcosa si colloca entro una dimensione in cui persino il nostro “poter-fare” non è mai primo, ma secondo, arriva cioè sempre “dopo” una qualche passività, comunque “entro” una dialettica patire-potere. Possiamo pensare al potere politico come risposta all’appello dei sofferenti? Secondo me sì, dobbiamo e possiamo pensarlo o ripensarlo così, come “ausiliario”.

Luca Alici è nato a Fermo (FM) nel 1979

Possiamo pensare al potere politico come risposta all’appello dei sofferenti?

Se comprendo bene questo discorso, si tratta allora di restituire la riflessione su potere e politica alla sua radice antropologica?
Sì, il piano del discorso dev’essere questo. La riflessione solo procedurale, centrata quasi solo esclusivamente sulle condizioni trascendentali, spesso solo linguistiche, degli accordi e di ciò che legittima il potere si è dimostrata, alla lunga, troppo sterile. Aggiungo che la politica sta perdendo di vista la serietà per ciò che la riguarda del valore dell’immateriale e ha adottato, non da adesso, un vocabolario economicistico, proprio mentre, paradossalmente, le aziende hanno iniziato a relativizzarlo. Un pezzo del mondo economico-produttivo, infatti, ormai riconosce all’elemento immateriale una crescente importanza. Si tratta di quei beni relazionali che non possono essere negoziati da un contratto, ma che apportano un indubbio valore economico: la qualità dei rapporti, la solidarietà tra colleghi, l’eticità dell’impresa, la fiducia e la reciprocità. La politica, in altre parole, è rimasta attardata nel definirsi provando a imitare modelli economici proprio mentre stavano diventando vetusti, quelli incentrati unilateralmente sul valore procedurale-organizzativo. Non a caso, l’attuale governo è nato da un “contratto”, col quale ci si mette d’accordo “sulle cose da fare”, non sulla condivisione di valori e visioni del mondo. Non si tratta di un patto, ma di un contratto. Non è secondario questo aspetto. Ripensare il potere nella sua accezione “ausiliaria” significa pensare a ciò che gli spetta solo in relazione ad una chiara concezione dell’umano: e dentro questa cornice va ricostruito il legame tra politica, potere e beni relazionali, come non puà essere trascurato il recupero a quella radice fenomenologico-esistenziale che un pezzo significativo del pensiero del Novecento ci ha aiutato a recuperare, che è la medietà-mediazione tra attivo e passivo: non un “ego” a cui spetta la fondazione, ma un “sé” chiamato a fare continuamente mediazione.

Critica e Politica. Uno degli esercizi più diffusi di quest’ultimo periodo è la critica alle politiche e alla visione del mondo dei movimenti cosiddetti populiste-sovranisti. A mio avviso, però, tale esercizio, pur necessario, sta sottraendo energie preziose ad un compito altrettanto urgente: una critica seria all’impostazione economica e politica europea degli ultimi 20 anni e a suoi fondamenti etico-antropologici. C’è una certa cecità su questo. Cosa ne pensa?
La risposta va strutturata, distinguendo, tra i molti possibili, anzitutto due livelli del problema. Il primo livello ha a che fare direttamente con i movimenti populisti e in fondo si può considerare come qualcosa che si è annidato dietro all’ideologia dell’1=1 fino ad esplodere. Si potrebbe definirlo “opinionismo” e “attualismo”. Nel primo caso – “opinionimo” – chi crede che l’esperto possa essere criticato dal cittadino comune senza bisogno che questi usi lo stesso rigore argomentativo. O forse che non esistano “esperti”. Non si tratta solo di una sorta di ribellione nei confronti dell’“esperto” di turno, considerato comunque parziale, o dell’intellettuale, ridotto a un “salottiero” avvertiti entrambi come distanti, elitari. Ma più in generale della convinzione ingannatrice che non serva argomentare, ma che basti informarsi e che informarsi non implichi autorevolezza delle fonti. Così la mia opinione diventa uguale a quella di chi si è formato, ha studiato, ha dedicato anni di vita e pensiero su quel campo. Per “attualismo” intendo invece il fatto che non costituisca più problema, ad esempio, che un leader affermi ora una cosa, e domani esattamente l’opposto: è incredibile come talune persone pubbliche possano sostenere tesi completamente diverse e a distanza anche di poco tempo, e ciò non comporti per loro alcuna perdita di consenso, per lo meno fino ad ora. Le rivendicazioni dei movimenti cosiddetti populisti cambiano di giorno in giorno, entro un orizzonte ideale piuttosto vago ed estremamente fluido.
Il secondo livello che vorrei evidenziare ha invece ha che fare con quanti dovrebbe essere chiamati a costruire un’alternativa a tutto questo. Che però sembra, per ampi tratti, siano affetti dalla stessa patologia, facendo dell’“attualismo” un fenomeno trasversale, seppur in altro senso e direzione: tutti sembrano schiacciati sulle manifestazioni immediate dei fenomeni senza alcuno sguardo diacronico che permetta di comparare “ieri” ad “oggi” per pensare “domani”. Il fronte che critica il sovranismo è talmente schiacciato dalla forza, dal riscontro, dall’appiattimento che quest’ultimo raggiunge con la sua manifestazione immediata, da non riuscire a fare auto-critica, da non riuscire cioè a capire che parte del pericoloso populismo demagogico che vediamo in giro è il risultato di errori e distorsioni presenti nel campo che possiamo chiamare liberal-progressista, che per anni sono stati ignorati. E ora, sulla scia dell’urgenza del pericolo che abbiamo non più alle porte, ma dentro le nostre case, il mantra sembra essere diventato: “abbiamo i barbari in casa, non è tempo di ripensamenti, serve agire”. Ma facendo così si costruisce con molta fatica un’alternativa autentica. La mancanza di correlazione matura tra ieri e oggi produce l’incapacità di autocritica, che in fondo è il primo ostacolo a progettare un futuro diverso dagli errori del passato.

Il fronte che critica il sovranismo non capisce che parte del pericoloso populismo demagogico che vediamo in giro è il risultato di errori e distorsioni del campo liberal-progressista, che per anni sono stati ignorati

Intersoggettività e Politica. La cosa per me più preoccupante, ma che dà anche a pensare, della scena sociale e politica odierna, è il modo in cui è concepita e usata la solidarietà. Da un lato, infatti, sul piano nazionale, certa propaganda politica ne fa un “lusso” che possiamo permetterci solo a certe condizioni. Dall’altro lato, però, sul piano internazionale, si pretende a voce alta una riforma delle istituzioni europee proprio in chiave solidaristica, pena – si dice – lo smantellamento dell’UE. Al pianoterra della società, si assiste ad una simile schizofrenia: l’individuo chiede un’autodeterminazione infinita (vuole decidere da sé il proprio sesso, la propria età, la propria morte etc.) smarcata dall’altro – anzitutto l’oggettività – e, insieme, protesta per l’indebolimento delle misure di solidarietà sociale, e cerca nelle comunità virtuali quella comunità fisica che non trova attorno a sé e di cui sembra avere nostalgia (vedi sparizione dei corpi intermedi: partiti e sindacati su tutti). La relazione con l’altro, in chiave etico-politica, va forse ripensata? Se sì, come?
Il tema è molto ampio, complesso e difficile, perché interseca processi culturali di vario ordine, che si intrecciano fino a diventare una matassa così contorta che spesso si fatica a rintracciare i capi dei vari fili coinvolti. Possiamo andare solo per cenni. E anche in questo caso mi limito a due.
In prima battuta, direi che uno dei problemi da sollevare ha a che fare con lo spazio tra le persone. Quel “tra” è molto importante e noi, credo, abbiamo smesso di crederci e quindi di coltivarlo. Mettere in piazza il proprio intimo oggi sembra l’unico modo di tessere relazioni, ma paradossalmente esasperare l’intimità dei contatti riduce la socievolezza: non si costruisce ciò che ci accomuna estroflettendo ciò che appartiene esclusivamente a me; il “comune” non è il prodotto della messa in piazza del “proprio” intimo. In secondo luogo, è una questione per me importante perché spinge a ripensare alcuni paradigmi e persino vocaboli, se parliamo di solidarietà dobbiamo dire che negli ultimi anni l’abbiamo così troppo ridotta alla pur ricca e rigorosa riflessione sull’etica del dono, con tutte le sue sfumature e declinazioni, che forse abbiamo trascurato la necessità di ripensare la categoria del “debito”. Parlare di debito ci spaventa, perché il termine richiama la logica del sacrificio e della dipendenza, due parole che non vogliamo sentire. Occorre legare il debito alla riconoscenza, e la riconoscenza è il presupposto fondamentale per il reciproco riconoscimento. Dobbiamo, per così dire, riscrivere la nozione di debito, spogliandola della cupa accezione sacrificale che la connota. Pensiamo ad una famiglia: quando il dialogo tra le generazioni, che è una delle costole “politiche” della famiglia, funziona, senza produrre conflitti distruttivi, ma generando equilibrio e riconoscimento? Quando il figlio è riconoscente verso i propri genitori, riconoscendo il debito che ha nei loro confronti senza però sentire l’oppressivo bisogno di restituire tutto quanto ha ricevuto, cosa tra l’altro impossibile. Allo stesso modo, quando i genitori non faranno mai uso del credito che il figlio ha nei loro confronti, magari per controllare la sua vita e vantare dei diritti sulla sua libertà. La solidarietà può nascere solo se costruiamo una società che non pretende di essere a somma zero, ma nella quale ognuno riconosce il debito che ci unisce reciprocamente, per il solo fatto di stare al mondo e di essere membri di una comunità: nel reciproco riconoscimento del fatto fondamentale, insomma, che anzitutto esistiamo nella forma di chi “ha ricevuto”.

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Alfonso Lanzieri

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