Monologhi

LUCIFER IN THE GOOD PLACE. Quando l’ultimo modo per parlare di Dio è parlare del Diavolo

Scritto da Damiano Bondi

Ormai è chiaro. I complottisti avevano ragione. È stato tutto ordito dai poteri forti, in testa Netflix, per farci stare chiusi in casa a guardare serie tv, abbonarci, ossia spendere, diventare fan, ossia diventare dipendenti, andare su internet per cercare i rumors e le recensioni, e così vederci le pubblicità di Amazon (che si sa, sotto sotto è alleata di Netflix, tipo Molotov-Ribbentrop), comprare cose che non ci servono, ossia spendere di nuovo, e via così in un turbinio infinito in cui alla fine Bill Gates si riempie comunque le tasche in qualche modo.  

Ci sono caduto anche io. E ho visto innumerevoli serie, più o meno serie. (Scusate, questa era pessima). Tra queste ultime, tuttavia, ce ne sono due su cui vorrei soffermarmi un attimo, perché sono accomunate da una prospettiva interessante: parlano entrambe del Diavolo, e finiscono per parlare di Dio. È come se riflettessero un dato centrale della nostra società: l’argomento “Dio” è spesso ridicolizzato o rovesciato, ma proprio nel suo estremo rovesciamento ecco che infine ricompare, in “negativo”. Dio ritorna come un convesso che può riempire una forma concava, che in qualche modo lo prefigura. Non solo: come spero di mostrare, queste due serie partono col voler rappresentare parodisticamente l’universo religioso, e finiscono per riproporre modelli tipici della tradizione cristiana, a testimonianza del fatto che il cristianesimo ha talmente innervato di sé la nostra cultura da comparire dove meno ci si aspetterebbe. All’Inferno, per esempio, o nel posto più ateo o laico che ci sia.

Le due serie in questione sono Lucifer e The Good Place.

Partiamo dal primo.

LUCIFER

Di Lucifer parlerò solo di una puntata, perché è un prodotto secondo me molto più scadente di The Good Place. Tuttavia in mezzo a episodi francamente dimenticabili, ce ne sono alcuni interessanti, come il 1×09. 

Prima di esplorare l’episodio in questione, facciamo un rapido resoconto del tema della serie: Lucifero decide di fuggire dall’Inferno per godersi la vita sulla terra, dove prende le sembianze di un uomo seducente che gestisce un locale (il Lux) pieno di alcool e donne seminude; si diverte a tentare le persone ed è in grado di far loro confessare i loro desideri più reconditi; per questa sua particolare dote, e anche per altre doti inconfutabili, Lucifer si lega sempre più alla scaltra e affascinante detective Chloe, dopo un primo incontro fortuito durante un caso investigativo. Ovviamente il rapporto tra i due è un misto di amicizia, collaborazione professionale, amore, sesso, allontanamenti, riavvicinamenti, triangoli vari con l’ex-marito di lei ecc ecc. Fatto sta che Lucifer, in presenza di Chloe e solo con lei, perde la sua immortalità.

La puntata 1×09 rappresenta una specie di condensato del senso stesso della serie. Si intitola A priest walks into a bar (Un prete entra in un bar), ed inizia appunto con un sacerdote che entra nel locale di Lucifer per chiedergli di aiutarlo a condurre un ragazzo, Connor, fuori da un giro di spaccio di droga. Lucifer inizialmente non ci pensa neanche; crede però che il prete, Frank, sia un tipo losco su cui indagare, e convince Chloe a farlo. Il Diavolo in persona, infatti, godrebbe molto nello smascherare il lato oscuro di un ministro di suo Padre, con cui è ovviamente, come tutti, in conflitto.

Padre Frank continua a ripetere che “Dio ha un piano”, e Lucifer freudianamente ribatte

“Ma perché tutti credono che sia un buon piano?”.

Lucifer, Chloe e padre Frank in una scena della puntata

Durante le indagini ci scappa il morto, in questo caso il direttore del centro riabilitativo dove vive Connor. Chloe e Lucifer sospettano di padre Frank: questi infatti litigava spesso col direttore, e pensava che egli fosse in realtà un boss della droga sotto mentite spoglie, che circuiva i ragazzi del centro per portarli allo spaccio. Il Diavolo e l’altra che veste Prada vanno dunque in chiesa per interrogare e forse arrestare padre Frank; qui accadono vari siparietti più o meno dissacranti (Lucifer che si finge confessore per spingere donne a tradire il marito e cose del genere), finché irrompe sulla scena qualcuno di ignoto che tenta di uccidere il sacerdote. A questo punto l’episodio prende una piega molto diversa: Lucifer scorta padre Frank al Lux per tenerlo al sicuro, e qui i due iniziano a legare e a confidarsi. Ci sono dei dialoghi piuttosto densi, come quello in cui Lucifer, davanti al prete che continua a dire che Dio ha fede in tutti noi, arriva a dire che suo Padre con lui si è arreso molto tempo fa, e che non ha creduto in lui fino in fondo. Al che padre Frank ribatte:

“E perché credi che il suo piano sia già terminato?”.

Frank stesso ha una storia complessa di conversione sofferta, e non ne fa segreto a Lucifer.

La rabbia sarcastica verso Dio, finora troppo scontata, troppo facilmente demoniaca, si tramuta dunque in un umano sentimento di abbandono e di smarrimento, in cui tutti ci possiamo riconoscere. E la fede non è più un’illusoria e bigotta adesione a tradizioni rassicuranti, ma acquista un lato esistenziale e personale. Il prete e Lucifero non sono più poli opposti di una dialettica tra stereotipi, ma diventano esseri umani con delle storie, e qui si possono finalmente incontrare.

Lucifer e padre Frank duettano al pianoforte del LUX

L’episodio termina drammaticamente: si scopre che il colpevole della morte del direttore del centro riabilitativo, nonché l’attentatore di padre Frank, era nientedimeno che il vicedirettore del centro stesso, che mirava a dirigere l’enorme giro di spaccio che si stava creando grazie allo sfruttamento dei ragazzi. Questo losco figuro veramente malvagio prova a portare dalla propria parte Connor, intimandogli di uccidere padre Frank con le sue mani; quando però capisce che il ragazzo ha ancora nel cuore un nucleo di bontà non corrotto, spara lui stesso al sacerdote. Padre Frank così muore tra le braccia di Lucifer, che era accorso per salvarlo.

Qui il prete dice al Diavolo:

“Non capivo per quale motivo Dio ti avesse messo sul mio cammino. Ma ora capisco: ha messo me sul tuo. Ricorda: tuo Padre ha un piano”.

Lucifer reagisce con rabbia furiosa, prima sfogandosi contro l’assassino, e infine, in un’ultima intensa scena che sembra un quadro, urlando verso il cielo notturno.

“Tu! Manipolatore bastardo e crudele! È solo un gioco per te, non è vero? Che cosa bisognerebbe fare per accontentarti?”

Lucifer si sfoga dando del tu a suo Padre, dialoga con lui direttamente, forse per la prima volta nella serie, lo offende anche, ma ci parla. Dio è un Tu di fronte ad un Io angosciato, un Io che però dentro di sé nutre ancora la speranza che davvero faccia tutto parte di un piano d’amore, e che quasi sfida Dio a farsi presente nella propria vita, nonostante il suo allontanamento: quale migliore rappresentazione dell’esperienza religiosa possiamo chiedere ad una serie pop?

Questo episodio mi sembra paradigmatico un po’ dell’intera serie: da qui in poi, infatti, si svilupperà una trama orizzontale volta appunto a scoprire il misterioso piano redentivo del Padre per il suo Figlio prodigo. Tornerà il Figlio dal Padre? Non spoilereremo. (Anche se ovviamente Chloe in tutto ciò ha un ruolo).

THE GOOD PLACE

Immaginate che ogni vostra azione qua sulla terra abbia un punteggio positivo o negativo, a seconda del suo valore morale, e che alla fine della vita venga calcolato il vostro totale, in base al quale sarete assegnati al “posto buono” o al “posto cattivo”. Questa è l’idea che girava nella testa dello sceneggiatore Michael Schur quando ha dato vita a The Good Place, serie comica e a tratti demenziale, ma assolutamente godibile e nient’affatto superficiale.

Certo, mentre la prima stagione è geniale (soprattutto il finale che non riveleremo ma che è veramente un colpo da maestro), e la seconda molto carina, nella terza e nella quarta si perde un po’ il ritmo; ma nel complesso The Good Place fa ridere con intelligenza, e si lascia apprezzare soprattutto dai filosofi. Uno dei personaggi principali che finisce nell’aldilà, infatti, è Chidi Anagonye, un disagiato nerd che sulla Terra era professore di filosofia morale, e che dopo la morte però finisce per mettersi con…. no no, niente, devo resitere! Comunque sia, grazie soprattutto al personaggio di Chidi e alle sue dissertazioni, la serie abbonda di riferimenti alla filosofia. (Schur ha assunto appositamente due philosophy advisors, Pamela Hieronymi e Todd May, che insegnano rispettivamente alla University of California e alla Pennsylvania State University).

La puntata 2×06, ad esempio, è interamente dedicata al celebre Trolley Problem di Philippa Foot (1967), che viene simulato in diverse sue varianti e vissuto in prima persona dai personaggi, diventando una specie di assurdo splatter.

In una puntata dell’ultima stagione, invece, c’è una lezione di Chidi che non è altro che una sintesi, ben fatta, del celebre articolo Modern Moral Philosophy di G. E. M. Anscombe (1958).

Ma è tutta la serie ad essere direttamente ispirata, in maniera paradossale, alla pièce teatrale di Sartre A porte chiuse, dove si immagina che l’Inferno sia nient’altro che una stanza dove le persone sono costrette a convivere. Immaginate che un demone abbia letto Sartre e abbia pensato di modellare uno scenario infernale secondo questa idea, per torturare psicologicamente le anime per l’eternità… e avrete più o meno il quadro generale di The Good Place! Solo che il celebre motto sartriano “L’inferno sono gli altri”, nella sua versione inglese “HELL is other people”, viene infine ribaltato, in un gioco di parole che dà il titolo a uno degli ultimi episodi, in “HELP is other people”. Da una situazione relazionale e sociale contrassegnata da tensioni latenti e palesi, si passa infine alla costituzione di una vera comunità di amici che si preoccupano e si occupano gli uni degli altri.

I protagonisti della serie

La serie vuole consapevolmente tenersi lontana da riferimenti a specifiche religioni del mondo, e focalizzarsi sulle questioni morali della retribuzione, del ruolo delle virtù, della regolazione della vita sociale, eccetera; tuttavia, il finale presenta i tipici tratti della parabola redentiva cristiana. Uno dei personaggi principali, il demone Michael (che guarda caso si chiama come il creatore della serie, nonché come un arcangelo), inizialmente sadico e spietato, compie un vero e proprio percorso di conversione che culmina nell’essere disposto a sacrificarsi per gli altri – ed è proprio da questa sua caratteristica che viene infine riconosciuto come “il vero Michael”, quando si era insinuato il dubbio che fosse un altro demone sotto mentite spoglie (episodio 4×04).

Michael

E con buona pace di Philippa Foot, indovinate come viene infine risolto il Trolley Problem? Nell’episodio 2×10, prima di lasciarsi catturare da un gruppo di demoni pur di salvare la sua amica, è proprio il neo-convertito Michael a proporre questa soluzione: 

«Hey, guess what? I just solved the Trolley Problem. Remember? The thought experiment where you’re driving the trolley, and you can either plow into a group of people or turn and hit one person? I solved it. […]
See, the Trolley Problem forces you to choose between two versions of letting other people die. And the actual solution is very simple. Sacrifice yourself».

«Hey, indovina un po’? Ho appena risolto il problema del carrello ferroviario. Ricordi? L’esperimento mentale in cui stai guidando il carrello e puoi arrotare un intero gruppo di persone oppure girare e colpirne una sola? L’ho risolto. […] Vedi, il problema del carrello ti costringe a scegliere tra due versioni in cui comunque devi lasciar morire altre persone. La soluzione in realtà è molto semplice. Sacrifica te stesso».

Non c’è molto altro da dire: nella nostra cultura il modello cristiano è penetrato così in profondità che riemerge persino dove è volontariamente negato e finanche sbeffeggiato, all’Inferno. Esso infatti, in negativo, rimanda alla possibilità che ci sia un Cielo.

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Damiano Bondi

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