Monologhi

Popper, i Social e gli americani sulla Luna

Scritto da Alfonso Lanzieri

Prima internet e poi i social ci hanno dato l’illusione – almeno negli scenari più ottimistici – che stesse per iniziare un’altra età dell’oro per l’umanità. L’idea, nata con l’Illuminismo,  della massima diffusione possibile del sapere (l’Encyclopédie serviva a questo) poteva usufruire di una rinnovata spinta, e il sapere diffuso avrebbe frantumato, per lo meno nel mondo occidentale, le ultime asimmetrie ancora presenti nelle società, portando la democrazia alla sua piena maturazione. Purtroppo abbiamo scoperto, è bastato poco, che a nuovi modi di far circolare le informazioni inevitabilmente si accompagnavano nuovi modi di nasconderle o manipolarle, estremamente sofisticati come sofisticato è il mezzo sul quale viaggiavano. Ognuno è oggi convinto di postare “dati di fatto”, le invettive e frecciatine reciproche sono il pane quotidiano delle scazzottate social, che ormai sono l’attività principale dei nostri governanti (non solo dei semplici cittadini). È incredibile come tante persone tutte insieme pretendano di esibire fatti oggettivi – dunque incontrovertibili – per essere  poi smentiti da altri fatti oggettivi che raccontano l’esatto opposto. Chi ha ragione?  La guerra a chi ha l’oggettività più grossa è praticamente infinita. Probabilmente non basta verificare bene le news, cosa risaputa, ma pure riflettere sul senso della paroletta “fatto”. In Le fonti della conoscenza e dell’ignoranza, Karl Popper affronta il problema delle basi su cui pretendiamo di fondare il nostro sapere. Il problema, secondo il filosofo, «si può forse considerare come un aspetto dell’antica disputa fra la scuola britannica e la scuola continentale di filosofia: la disputa tra l’empirismo classico di Bacone, Locke, Berkeley, Hume e Mill e il razionalismo classico, o intellettualismo, di Descartes, Spinoza e Leibniz. Nel corso di questa disputa, la scuola britannica insisté sul fatto che la fonte prima di ogni conoscenza è l’osservazione, mentre la scuola continentale sosteneva che è l’intuizione intellettuale di idee chiare e distinte». Quale fonte è più affidabile? È il cruccio di chi si trova a navigare nella kasbah del web, dove migliaia di urlatori ti giurano di avere la merce più sicura di quella del vicino. Cosa risponde Popper?

«Qual è la fonte più affidabile della conoscenza?»

Il buon Karl opta per una terza via: è la domanda stessa su quale sia la fonte “più autorevole” ad essere errata. Difatti, chiedere “quale è la fonte più autorevole?” (Repubblica, Fatto, Avvenire, Corriere della sera, il blogger Tizio etc.) al fine di escluderne o subordinarne altre, rischia di configurare un approccio autoritario, se si presuppone l’esistenza di una entità (Dio, la ragione, l’osservazione dei sensi, Marco Travaglio etc.) che ci possa fornire conoscenze certe e non ingannevoli. Battezzare una “fonte” come sede indiscutibile della verità vuol dire, in ultima istanza, smettere di pensare. Certo, ognuno di noi, col tempo, si è costruito una gerarchia della fiducia: questo giornalista è più autorevole di quello, questo giornale è più serio di quell’altro etc. Il punto è che questa gerarchia dev’essere in costante revisione, bisogna cioè vigilare continuamente sulla sua bontà, metterla sempre di nuovo in discussione. La cosa difficile di tutto questo non è saperlo ma attuarlo, tenere sempre alta la soglia della consapevolezza critica e revisionare la propria lista dei buoni/cattivi. Stesso atteggiamento deve valere per i nostri personali assunti. Se voglio verificare la correttezza di una idea, interpretazione o informazione, non devo andare in rete a cercare articoli o post che la confermino (ne troverò sempre a iosa e mi sembrerà di avere sempre ragione) bensì delle possibili smentite: in altri termini devo fare una sorta di stress-test alle mie tesi e misurare la loro resistenza alle obiezioni.

Ma c’è di più. Quella di “dato di fatto” è di per sé spesso una idea ingenua. E’ capitato a tutti di credere che una certa foto si riferisse ad un avvenimento e scoprire, successivamente, che si era stati ingannati, o che l’inquadratura di un video ci restituisse una visione parziale o addirittura distorta di un evento. Come possiamo essere sicuri che una data immagine si riferisca, ad esempio, alla conferenza stampa tenuta dal Premier italiano ieri pomeriggio a Roma a Palazzo Chigi, se non ci siamo stati fisicamente coi nostri piedi, i nostri occhi e le nostre orecchie? La foto che stiamo vedendo potrebbe immortalare un evento del giorno prima o del mese precedente tenutosi nella stessa sala, ad esempio, o essere frutto di un sofisticato fotomontaggio. Difatti, che quella foto sia proprio del nostro Premier alla circostanza suddetta e nell’ora suddetta, lo sappiamo non perché un “dato oggettivo” ci si impone incontrovertibilmente (questo accade solo delle autorità e dei giornalisti effettivamente lì presenti) ma per un accumulo di miriadi di macro e micro conferme – le foto apparse sui giornali tutte uguali, migliaia di persone che ne parlano riferendosi tutte ad uno stesso evento, i tweet, i discorsi captati per strada etc. – che ci danno una sicurezza vicina alla certezza apodittica che sì, ieri alle 17 il nostro Premier era a Palazzo Chigi. È grazie allo stesso meccanismo che siamo certi di sapere, ad esempio, che esiste il Vietnam, anche se non ci siamo fisicamente stati, o che siamo nati in quell’ospedale in quel giorno, anche se non possiamo ricordarlo. In altri termini, è per un complesso dispositivo fiduciale che siamo certi di sapere la maggior parte delle cose che sappiamo. E tale fiducia non è nulla di extra-razionale ma è un modo di esercitare la ragione, anzi forse la modalità che usiamo di più, spesso inconsapevolmente. In moltissimi casi il “dato”, isolatamente preso, può essere confutato, pure il più apparentemente solido: pensate, ad esempio, a quanti si sono esercitati nella critica alle foto e video dei primi astronauti sulla Luna: l’incongruenza delle ombre, la tela della bandiera che si muove, l’inclinazione della luce e così via. Alcuni ne hanno dedotto che gli americani sulla Luna, nel 1969, non sono mai sbarcati, che è tutto un imbroglio; lo pensa pure uno degli attuali sottosegretari del governo italiano. Per dire.

E’ per un complesso dispositivo fiduciale che siamo certi di sapere la maggior parte delle cose che sappiamo

Il punto è che non crediamo al racconto ufficiale della Nasa per questa o quella testimonianza, ma per un enorme reticolo coerente di conferme che si estende per circa 50 anni, al quale è più ragionevole credere a dispetto di qualche controdeduzione, seppur brillante. Allo stesso modo,  sappiamo che i campi di concentramento, purtroppo, sono stati una realtà, e lo sappiamo – anche se non ci siamo stati fisicamente da prigionieri o da aguzzini  –  non perché abbiamo questa foto o quel video, ma in forza del ragionevole assenso riposto nell’intrico vasto di testimonianze concordi su quei tragici fatti. Se qualcuno cercasse di convincervi che in realtà non siete nati nel giorno e nel luogo segnati sulla vostra carta d’identità, e che i vostri genitori vi hanno mentito, costruendo la propria tesi confutatoria su 4 o 5 elementi dissonanti con la storia che già conoscete, il 99% di voi non ci crederebbe, e questo perché avete ricevuto continue conferme dirette e indirette della versione ufficiale per 20 o 30 anni e ora vi fidate come se voi aveste visto coi vostri occhi la vostra nascita (in effetti l’avete guardata ma non l’avete vista, perché il vostro sistema nervoso era ancora troppo immaturo). Se Popper, riferendosi in verità a una cosa un po’ diversa, ha affermato che «la base empirica delle scienze oggettive non ha in sé nulla di “assoluto”. La scienza non poggia su un solido strato di roccia […]. È come un edificio costruito su palafitte» (Logica della scoperta scientifica), possiamo pure dire che la base empirica di quel che diciamo di sapere è meno compatta di quanto crediamo e in essa la fiducia che scegliamo di riporre (consapevolmente o meno) in un certo numero di fonti concordi è un elemento essenziale. Morale della favola: visto da vicino, il “dato di fatto” è qualcosa di molto meno semplice di quanto pensiamo e l’affermazione “questo è vero!” comporta un processo più elaborato di uno sguardo dato fuori dalla finestra per vedere se piove o no. A pensarci bene, ma è solo una riflessione libera, il fatto che ci mostriamo il dito medio gli uni gli altri dalla mattina alla sera sui social, che non crediamo più alle istituzioni scientifiche, che improvvisamente siamo tutti esperti di controinformazione (nonché di alta cucina), potrebbe avere una concausa importante proprio nell’erosione della fiducia reciproca, dei legami fiduciali intersoggettivi senza i quali manca il terreno per l’esercizio del monito kantiano “Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza”. La forza fiduciale di tali legami è interna all’esercizio della ragione: a ciò, forse, oso dire sommessamente, i fabbricatori dell’idea illuminista di ragione non hanno prestato la necessaria attenzione.

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Alfonso Lanzieri

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