Monologhi

Principio di realtà vs ideologia. I credenti e gli immigrati

Scritto da Nunzio Bombaci

Si precisa che l’articolo è stato scritto prima che insorgesse l’emergenza sanitaria da Covid-19, e ultimamente modificato.

In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas.

(Motto erroneamente attribuito a Sant’Agostino e di dubbia ascrizione)

È una mattina tiepida dell’incipiente autunno mediterraneo 2019. In un residence sulla costa siciliana si svolge il Convegno annuale del laicato di una diocesi dell’isola. Il Convegno verte su un tema molto dibattuto, La Chiesa di Sicilia dinanzi alla mafia. Vi si analizzano l’atteggiamento e la prassi delle Chiese locali nei confronti della criminalità organizzata. I relatori citano i documenti dell’episcopato siciliano e, in particolare, la lettera “Convertitevi!”, del 2018. Al riguardo, si segnala la rilevanza profetica della condanna dei mafiosi proferita da Giovanni Paolo II, venticinque anni or sono ad Agrigento, nonché della testimonianza resa dal “giudice ragazzino” Rosario Livatino e da don Pino Puglisi, oscuro sacerdote prima dell’apoteosi post mortem.

Per un lungo periodo, all’incirca sino agli anni Sessanta, larga parte di rappresentanti delle Chiese locali ha perseverato nella negazione del fenomeno mafioso, o ne ha minimizzato l’importanza. Ben si comprende la condizione di marginalità in cui, in quegli anni, operavano i primi intellettuali schierati contro la mafia (al riguardo, la biografia di Danilo Dolci ci può raccontare molto).

Danilo Dolci viene arrestato nel 1956

Tra i relatori al Convegno, ricordo un presbitero, autore di vari studi sul fenomeno religioso in Sicilia. Il suo intervento, ben documentato, esamina le discrasie nel nostro mercato del lavoro e della conseguente disoccupazione giovanile. Tuttavia, il relatore non “va fuori tema” poiché (è appena il caso di dirlo) la mafia volge a proprio vantaggio quelle discrasie, per reclutare manovalanza a basso costo.

Ogni anno migliaia di giovani lasciano la Sicilia per cercare lavoro altrove. Per converso, sono ancora più numerosi gli immigrati che, su barche, “barchini” o navi ONG, sbarcano nell’isola con l’intenzione di continuare il viaggio verso Nord o di restarvi. In tale contesto – aggiunge il teologo – è irrealistico pensare che questi ultimi possano trovare lavoro nel già precario tessuto economico della Regione. Vi arrecano, anzi, ulteriori problemi. Allorché il relatore constata una realtà così evidente, mi accorgo che una signora seduta vicino a me scuote il capo in segno di netto dissenso. In seguito, verrò a sapere che costei aderisce a un noto movimento cattolico.  

Che cosa avrà voluto dire la signora? Il relatore è incappato forse in un ingannevole luogo comune, oppure ha detto qualcosa di incompatibile con una lettura cristiana del fenomeno immigrazione? Da curioso impenitente (e impertinente curioso), mi avvicino a lei per chiederle i motivi di un dissenso così chiaro. La signora mi risponde con una breve formula, tale da togliermi la voglia di approfondire la questione. Con tono sommesso, mi dice: «Ma…siamo cristiani…dobbiamo accogliere tutti». Implicitamente, sembra dire che tutti gli immigrati possono trovare lavoro da noi. Lo scambio di battute finisce qui. 

Non saprei come ribattere ad affermazioni così semplicistiche. Ideologiche, anzi, poiché in virtù dell’assunzione di principi generali saltano a pié pari i problemi frapposti alla loro attuazione da fatti sin troppo evidenti. Per i fautori (ancorché cristiani) di qualsivoglia ideologia, se i fatti non concordano con le idee vale il corollario “tanto peggio per i fatti” (ovvero, contra argumentum non valet factum). Adduco qui alcuni fatti: le condizioni subumane di lavoro degli immigrati nelle campagne, le baraccopoli in cui vivono, i giovani stranieri che vagano nei pressi delle stazioni ferroviarie delle nostre città, gli altri ammassati in centri di accoglienza gestiti da cooperative non sempre filantropiche, le risse tra giovani di gruppi etnici diversi, le mafie importate, che nulla hanno da imparare dalle nostre. Ancora, possiamo menzionare i braccianti stranieri dalle paghe miserrime, che in alcune zone hanno quasi soppiantato e ridotto in miseria il bracciantato locale, che talvolta aveva appena conquistato un tenore di vita nel complesso dignitoso.

In base all’implicito presupposto ideologico della mia interlocutrice, dallo spirito del Vangelo può derivare in modo irrefragabile non soltanto un orientamento politico (la doverosa politica dell’accoglienza), ma anche una prassi univoca (accoglienza incondizionata). Pertanto, l’applicazione dei principi evangelici è aproblematica: non vi è neppure bisogno di un’interpretazione e, ancor prima, neppure di un’esegesi. Così, l’ideologia fondamentalista della signora getta alle ortiche le risultanze del metodo storico-critico nell’approccio al testo sacro. Si cancella così ben oltre un secolo di studi biblici e si può tornare a credere al tenore letterale di Genesi: così, la storia umana avrebbe preso avvio poche migliaia di anni or sono. 

 Come gli assiomi della geometria euclidea, le implicazioni dei  principi evangelici sarebbero autoevidenti. In ogni tempo, essi si applicherebbero senza alcun confronto con il peculiare contesto culturale; ovvero, senza quella mediazione, opera del pensiero critico, che volta per volta individua il quomodo e il quantum satis del loro plausibile attuarsi. In sintesi, senza la sapienza del possibile in cui dovrebbe risolversi la politica.  

Nel pomeriggio, altra breve conversazione analoga, stavolta con un operatore Caritas, che stimo quale coordinatore dell’accoglienza ai migranti. Questi non ha alcun dubbio riguardo alla presunta “emergenza immigrazione”, fenomeno che sarebbe drammatizzato all’estremo dai media. In realtà –   aggiunge – quale problema possono mai costituire, per una Nazione di sessanta milioni di abitanti, 120.000 o 140.000 immigrati  che vi giungono in un anno?    

Prescindo dalla scarsa affidabilità delle cifre, e ribatto che sì, di sicuro oltre centomila persone giunte nell’arco di anno comportano comunque una serie di problemi a un Paese, pur “grande”, che versa in una grave crisi da oltre un decennio ed è segnato da una disoccupazione molto elevata.

 Non mi meraviglio delle affermazioni dei miei due interlocutori, simili ad altre, espresse talvolta da laici e religiosi. Esse inducono a riflettere sul destino dell’identità cristiana compresa in modo ideologico. Così la intendono, a mio parere, coloro (numerosi tra gli intellettuali più che tra le persone semplici) che negano, o ridimensionano fortemente, i problemi suscitati dai flussi di immigrati in Europa, e soprattutto nei Paesi mediterranei del Continente. Costoro credono di  poter compendiare le implicazioni dei flussi con formule scontate: l’immigrazione è per l’Europa una “sfida”, un’“opportunità” (in che senso?), i disagi che essi arrecano si possono superare in virtù di una prassi volta all’“integrazione” etc. E in futuro l’immigrazione apporterà benefici al Continente: grazie ai contributi previdenziali versati dagli immigrati si potranno pagare le pensioni di vecchiaia agli europei. Tuttavia… è forse una blasfemia, sul piano politico, dire che tali contributi dovrebbero essere corrisposti in larga parte dai giovani europei di oggi, sol che una politica UE non più “bottegaia”, bensì finalmente espansiva, li ponesse in condizione di poter lavorare? Quanto all’integrazione, troppo spesso se ne parla con leggerezza, dimenticando le difficoltà che essa comporta. Non sempre sono gli europei a negarla; talvolta a non volerla sono proprio gli stranieri, in particolare gli immigrati di prima generazione. Valgono purtroppo ad attestarlo i non rari episodi di violenza intrafamiliare riferiti dalle cronache.    

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Nunzio Bombaci

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