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Socrate o Antigone, chi scende dalla Sea Watch?

Scritto da Alfonso Lanzieri

Il caso della nave Sea Watch 3, e dei fatti successivi al suo ingresso forzato nel porto di Lampedusa, stanno facendo molto discutere. La querelle giudiziaria legata alla “capitana” Carola Rakete, e al botta e risposta col nostro Ministro degli Interni, ha suscitato dibattito (in verità, il più delle volte, violenti scontri verbali) tra quanti ne approvano il comportamento e quanti, di contro, lo valutano un irrispettoso affronto alle nostre autorità, al netto dei rilievi legali. Al di là dei problemi legati alla cronaca, l’evento ripropone il complesso tema del rapporto tra Legge e Giustizia, un “classico” della storia del pensiero occidentale. E’ su questo punto che vorremmo attirare, caro lettore, la tua attenzione. Vincenzo Costa, filosofo, e Salvatore Purcaro, teologo morale, attraverso i loro canali social, hanno espresso due brevi pensieri sulla vicenda che riportiamo in questo articolo. Non si tratta di un “dialogo”, tuttavia le due posizioni – espresse indipendentemente l’una dall’altra – ci paiono essere, per così dire, in dialettica e, speriamo, possano fungere da spunto di riflessione sul tema.

Vincenzo Costa*

Credo vi siano posizioni fondamentali, e io resto un seguace di Socrate. Socrate, a cui viene proposto di fuggire, invita a immaginare che le Leggi della città, o per così dire il patto che tiene insieme la città (Critone, 50 a), ci si pari di fronte e ci interroghi: «Dimmi, O Socrate, che cosa hai intenzione di fare? Che altro pensi, con questa azione che stai per compiere, se non di distruggere noi che siamo le Leggi e tutta quanta la Città, per quanto dipende da te?» (Critone, 50 a – b). 
Qui, di fronte a Critone che sostiene la legittimità di sottrarsi a leggi ingiuste, Socrate fa notare che a rendere possibile l’umano e la città non è la giustizia pura, bensì la legge: «Forse si accordò fra noi e te – argomentano le leggi che, per una volta, possono difendere il senso del loro essere – anche questo, o non, invece, di attenersi alle sentenze che la città pronuncia?» (Critone, 50 c). 

In questo senso, aveva già notato Eraclito, «è necessario che il popolo combatta in difesa della legge come in difesa delle mura» . Con ciò Eraclito non vuol dire che il popolo debba combattere per difendere una certa legge, ma per difendere la necessità della legge. Perché senza la legge ritorna il caos. Questo non vuol dire accettare leggi ingiuste. Significa solo che la giustizia agisce dentro la legge, e non come sua abolizione. Così Socrate fa dire alle leggi: «E poiché fosti generato, allevato ed educato, potresti tu senz’altro sostenere di non essere nostra creatura o nostro servo, tu e i tuoi progenitori?» (Critone, 50 e).

Questo non significa assumere una posizione conservatrice. Se non ci si può sottrarre alla legge, si può e si deve, d’altra parte, osservare che, secondo Socrate, non si tratta solo di accettare la legge esistente. Infatti, «bisogna fare quello che la Patria e la Città comandano, oppure persuaderle in che consiste la giustizia» (Critone, 51 c). Si può cercare di convincere le leggi, cioè gli altri. Si può cercare di modificare le leggi rendendole maggiormente conformi all’idea di giustizia.

In questa necessità di rispettare le leggi della città e, nello stesso tempo, nella possibilità di richiamarsi alla giustizia per cercare di modificarle, rendendole giuste, emerge quella teleologia interna alla legge e quella dialettica originaria tra legge e giustizia che è all’opera sin dal primo apparire della legge, e che si rende visibile nell’esercizio del logos, poiché è nel discorso che, dialogando insieme, gli uomini cercano di rendere più giuste le leggi e, dunque, si costituiscono come cittadini. Una volta posta la legge, questa può essere criticata, migliorata, “persuasa”, e questo genera un processo senza fine che è la ragione all’opera: la storia umana in quanto movimento di trascendenza verso il Sé, in quanto generazione continua dell’umano e della legge.

Salvatore Purcaro**

Onestà e legalità sono due cose moralmente distinte e vi spiego perché. Una ragazza, che per salvare 42 vite infrange la legge é “illegale” e deve andare in prigione, ma rimane onesta perché pagando di persona obbedisce alla coscienza e non lo fa per un privilegio personale.Un politico, che per salvare 49 milioni di euro, evoca la legge sul finanziamento pubblico ai partiti é “legale” ma non rimane onesto perché sa che quei fondi sono stati usati per pagare altre spese. La maturità morale di una persona si definisce a partire dalla responsabilità che etimologicamente ci richiama il dovere di “rispondere” alla coscienza e a Colui che ci valuterà su questo capo d’imputazione: “ero forestiero e mi avete accolto” (Mt 25, 35).

*Vincenzo Costa è docente ordinario di filosofia teoretica presso l’Università del Molise

**Salvatore Purcaro, presbitero, insegna teologia morale presso la Facoltà Teologica di Napoli e l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Nola

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Alfonso Lanzieri

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