Monologhi

TFA sostegno. Ovvero come dare i soldi alle università italiane prelevandoli dagli aspiranti docenti.

Scritto da Damiano Bondi

Domenica 15 dicembre, ore 20.30, buio, freddino, stazione ferroviaria di Arezzo. 

Io e i miei colleghi del “TFA sostegno”, dopo 10 ore di lezione, saliamo sul treno per tornare a casa. Alcuni devono andare fino a Firenze, arriveranno alle 21.30; ci sembra molto tardi, ma poi ci ricordiamo che nel nostro stesso corso ci sono persone che arrivano dall’Isola d’Elba, e che a casa ci torneranno il lunedì mattina.

Ci lasciamo andare sui sedili, infamiamo il povero docente di turno e già stiamo per addormentarci, quando arriva il controllore. Mentre controlla i biglietti guarda curioso questo gruppetto di dieci persone sulla trentina, stanche, una domenica sera d’inverno su un treno regionale. Formula la migliore delle ipotesi e ci interroga.

“Siete stati a fare un giro ai mercatini di Natale?”

“No, veramente usciamo ora da 10 ore di lezione per una cosa di lavoro, diciamo”

“Di domenica? E che lavoro fate?”

“Siamo insegnanti, stiamo facendo una specie di corso di formazione”

“Ah ecco, ora la fanno fare anche a voi la formazione!”

“In realtà non è obbligatorio, siamo stati noi a scegliere di farlo, anzi abbiamo dovuto passare un concorso per essere qua! Però ora che ci siamo non possiamo fare quasi nessuna assenza!”

“Ah cavolo, spero almeno vi paghino bene! La domenica così, tutta la giornata…”

“Beh ecco, in realtà siamo noi a pagare, 2000 euro circa”

“2000 euro? Ma come? Ma almeno alla fine avrete il famoso posto fisso?”

“No macché, ci tocca fare un altro concorso, sempre che esca!”

….. 

Sbigottimento totale

“Mah, contenti voi! Buona serata!”

E se ne va.

E finalmente possiamo dormire.

Ecco, quella è stata per me l’illuminazione finale. Già prima la cosa mi sembrava totalmente assurda, ma attraverso quel controllore ho come potuto vedere tutto con occhi esterni, oggettivamente, ed è stato finalmente evidente che la cosa che stavamo facendo era senza senso.

 “La cosa” è il TFA, ovvero, per chi non lo sapesse, il “Tirocinio Formativo Attivo”, che il MIUR ha attivato da alcuni anni come uno dei percorsi per il conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento in una classe di concorso – nel nostro caso il sostegno agli studenti con disabilità. Anzi, tecnicamente non si tratta di una “abilitazione”, ma di una “specializzazione”, ma lasciamo perdere sennò non ne usciamo più.

In sostanza, si tratta di circa 450 ore di lezione più circa 200 ore di tirocinio diretto nelle scuole, non retribuito anzi a pagamento: più o meno 2000 euro in tutto, esclusi ovviamente i costi dei pasti e dei viaggi fino alla sede del corso. I quali costi dei viaggi, se arrivate dall’Isola d’Elba, iniziano a pesare considerevolmente. 

Per accedere a tutto ciò si deve passare una selezione piuttosto dura, composta da tre prove, due scritte più un orale, che seleziona circa il 20% dei candidati, il cui numero iniziale supera il migliaio per ogni università di riferimento.

Una delle cose “interessanti” di tutto ciò è che questi corsi – che formano gli insegnanti di scuola primaria e secondaria – si tengono negli atenei universitari italiani, quindi di fatto il TFA è uno dei pochissimi punti concreti di giunzione tra il mondo della scuola e quello dell’università. Ed è, purtroppo, un pessimo punto di giunzione.

Nel nostro caso, le 450 ore di lezione si sono tenute tra giugno 2019 e febbraio 2020, per lo più nei weekend, con giornate di 10 ore ciascuna. Nel periodo estivo, a luglio e agosto, le lezioni si sono svolte anche in giorni infrasettimanali, con una pausa ad agosto di 20 giorni circa. Poi da settembre siamo ripartiti coi weekend.

Uno dei più evidenti paradossi del TFA è che per la maggior parte del tempo, durante queste lezioni, ti viene ripetuto quanto sia inutile la lezione frontale, quanto sia bassa la soglia di attenzione rispetto ad un ascolto forzato prolungato di una stessa voce, quanto importanti siano le nuove strategie didattiche, il cooperative learning ecc., ma la modalità con cui tutto ciò ti viene insegnato è la lezione frontale, da parte di uno stesso docente che parla per 10 ore di seguito; a volte accompagnato da slides che dovrebbero facilitare il mantenimento dell’attenzione… solo che se tieni la luce spenta per far vedere meglio le slides, è luglio e ci sono 30 gradi all’ombra, alle ore 15.00 i tuoi più di 100 uditori stanno ovviamente dormendo ricoperti da un soffice strato di sudore.

(Ma mettiamoci anche nei panni del povero docente: come fai a organizzare il lavoro diversamente se devi rivolgerti a una platea così numerosa? E cosa potrai mai dire di così entusiasmante e innovativo per 10 ore? Persino Bruce Springsteen verrebbe a noia dopo 10 ore!)

D’altra parte, se è sabato e il giorno dopo ti aspettano altre 10 ore di lezione con lo stesso docente – cosa che avveniva spessissimo – cosa fai appena arrivato a casa alle 21? Vai a letto come un vecchietto. 

Voi mi direte che ci sono persone che per lavoro fanno sempre una vita così, che noi insegnanti non dobbiamo lamentarci ecc ecc; bene, oltre a sottolineare che noi formandi, a differenza dei formatori, non venivamo pagati anzi pagavamo, aggiungo questo: ufficialmente non si potevano fare assenze, neanche per motivi di salute, se non nella prima metà del corso, e per una percentuale irrisoria. Per la seconda metà le assenze non erano contemplate, per nessun motivo. Ho scritto ufficialmente perché ufficiosamente ci siamo ribellati, e mi sembra giustissimo.

Ora, i contenuti dei corsi, alcuni dei quali sono stati anche interessanti, potevano agilmente essere condensati in due settimane, con lezioni da 4-5 ore al giorno. Ma questo non è stato possibile, e la colpa non è né di chi nei singoli atenei ha concretamente organizzato il corso (compito assolutamente non facile), né dei formatori che dovevano arrivare faticosamente a raggiungere un certo monte orario, né certamente nostra – o forse sì, per non esserci ribellati abbastanza.

(Me compreso, che ho scritto questo articolo solo dopo aver intascato il certificato!)

La verità è che questo mostro chiamato TFA è stato diabolicamente architettato al solo ed unico scopo di far arrivare un po’ di soldi nelle casse delle università italiane prelevandoli dalle tasche dei singoli cittadini. 

Questo non è formare, è forzare, e non fa onore né alla scuola né all’università.

In quale paese civile tu passi una selezione nazionale piuttosto dura, vinci, e a quel punto paghi non poco, non hai vita sociale per 8 mesi, non puoi fare assenze, e non c’è nessuna garanzia che tu trovi un lavoro stabile? A questo punto penserete che certo la frequenza era obbligatoria perché non ci sono stati esami. Sbagliato: di esami ce ne sono stati 3, due in itinere e uno finale.

Non vi sembra che avesse ragione quel controllore del treno, a guardarci sbigottito?

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Damiano Bondi

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