Zootropolis (o meglio “Zootopia”, titolo originale del film, che rievoca il celebre saggio di More) è una cittadina multispecista e molto global dove convivono animali di tutte le taglie, fogge, abitudini alimentari, tendenze. Uno spaccato dell’ideale di società aperta all’americana, in cui ogni individuo può trovare il suo posto e diventare chiunque. Infatti la protagonista della pellicola è una coniglietta intenzionata a vestire l’uniforme da poliziotta. Talmente intenzionata da riuscirci: l’agente Hopps si fa strada come ausiliare del traffico, finché si imbatte in un losco caso di scomparsa di animali predatori. Sì, perché l’unica scansione binaria in Zootopia è quella tra prede e predatori.

L’agente Hopps si fa amico uno scaltro volpacchiotto di nome Nick, e insieme scoprono che il sindaco di Zootopia, il leone Lionheart, tiene nascosti in un laboratorio tutti i predatori scomparsi perché sono impazziti, perdendo il controllo e diventando improvvisamente aggressivi, selvaggi. Denunciato il caso, il sindaco leone predatore viene arrestato, e al suo posto sale la ex-assistente del sindaco, Bellwether, una placida e tenera pecorella.

L’agente Hopps diventa un personaggio pubblico, non solo perché ha risolto il caso, ma anche perché è una piccola coniglietta che ha smascherato il malvagio leone. Solo che alla conferenza stampa, come spesso accade a chi conquista la ribalta senza adeguati anticorpi contro gli assalti dei media, Hopps commette uno scivolone tremendo. Ecco la scena, forse secondaria nell’economia del film, in realtà per chi scrive assolutamente rivelatrice:

Hopps chiama in causa la natura potenzialmente aggressiva di ogni predatore in quanto tale. Così facendo, non solo fa arrabbiare Nick, ma scatena una tensione endemica nella città, tra le prede che si sentono tutte potenzialmente violentabili, e i predatori che si sentono accusati per colpe che non hanno.

Rosa dai sensi di colpa, Hopps si dimette e torna dalla sua famiglia in campagna, dove tutte le specie sanno qual è il loro posto “naturale” e non si illudono di poter essere qualcos’altro. Solo che in campagna viene a conoscenza dell’esistenza di un fiore che altera pesantemente lo stato psichico dei mammiferi, facendoli diventare aggressivi. Torna in città, si riconcilia con Nick e scopre un traffico illecito di sostanze chimiche in cui è presente il principio attivo estratto da questi fiori: non solo, ma – colpo di scena – al vertice di tutta questa struttura criminale sta la pecorella Bellwether, che avrebbe voluto instaurare un regime fondato sulla paura e la rivalsa delle prede nei confronti dei predatori, e in cui lei stessa avrebbe avuto il potere massimo.

Caso risolto, leone riabilitato, pecorella infida in prigione, morale finale (“Quando ero piccola pensavo che Zootopia fosse  un posto perfetto, dove tutti vanno d’accordo e ognuno può essere ciò che vuole. Poi ho scoperto che la vita reale è un po’ più complessa, è complicata: tutti abbiamo dei limiti e tutti commettiamo errori. Ma dobbiamo tentare”), canzone di Shakira in versione Gazzella per il film, titoli di coda e amen.

Bene, bel film, ma cosa c’entra col caso Weinstein?

Secondo chi scrive c’entra eccome. Il film Disney è ben fatto, godibile, con numerose citazioni tra le righe, anzi tra i frames (la volpe Nick assomiglia al Robin Hood del classico Disney, e guarda caso il sindaco si chiama Lionheart; oppure, lo stile dei produttori di sostanza psicotropa è un chiaro richiamo alla serie Breaking Bad), e soprattutto con numerose chiavi di lettura: si va dalla critica dell’ideale dell’American Dream alla riflessione dei rapporti tra natura e cultura, dalle paure delle convivenze multietniche alla consapevolezza delle trame oscure della politica… ma la scena della conferenza stampa rivela un’altra possibile tematica. Provate a sostituire il termine “predatore” con “uomo” o “maschio”, e il termine “selvaggio” con “violento”, e avrete una rappresentazione degli estremi ideologici a cui può condurre una battaglia assolutamente giusta come quella contro le violenze sulle donne.

«Che può dirci dei violenti? Cosa hanno in comune?»

«Sappiamo che appartengono alla categoria dei maschi»

«Quindi gli uomini sono gli unici a diventare violenti

«Sì, è così»

«E qual è la causa scatenante?»

«Ancora non lo sappiamo, ma…. potrebbe essere una questione biologica. Una componente biologica»

«Può essere più specifica?»

«Quello che intendo dire è che milioni di anni fa gli uomini superarono i loro istinti aggressivi, ma stanno tornando al loro stato violento. Dobbiamo restare vigili».

Insomma, #metoo: anche io, tutte noi donne, tutte noi siamo prede di potenziali stupratori! Dobbiamo restare vigili, e nel caso mettere la museruola a tutti questi maschi assetati di sesso e prendere il potere!

Leggete Le assetate di Bernard Quiriny per avere una rappresentazione distopica di questo tipo di rivendicazioni estreme, reattive, risentite e pure un po’ vetero-marxiste (la sovversione dei generi con la parentesi necessaria della dittatura delle donne).

In mancanza di tempo, guardate Zootropolis/Zootopia con questa lente critica. Non è un caso che alla fine il tutto sia architettato da una pecorella preda e donna, il che scardina la facile equazione morale preda=vittima e rinforza l’equazione interpretativa preda=donna. Equazione rinforzata anche dalla coniglietta Hopps. E rinforzata infine, seppure questa volta forse inconsapevolmente da parte degli autori del film, dal fatto che tutti i predatori che si vedono nella pellicola, compresi i 14 mammiferi scomparsi (più il quindicesimo, una pantera) siano tutti maschi. Ho ricercato i due veloci frames dove compaiono i volti dei ricercati, ed ecco qua:

Solo una (in basso a dx nella prima foto) potrebbe apparire una donna, ma la foto è ambigua.

E comunque, per 15 Weinstein ci può essere un’Argento.

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Damiano Bondi

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